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“A67” – Urla, parole, musica e impegno sociale.

Daniele Sanzone degli A67

Napoli è una città paradossale. Frenetica e paziente. Odiata e amata. Abbandonata e cercata. È una città che nei suoi paradossi crea tensioni e quindi movimento, dinamismo. Genera vita. Non è un caso che partorisca continuamente cuori poetici e creativi, spesso inquieti, altrettanto spesso capaci di trasmettere energie potenti. 

Sulla scia del primo Pino Daniele (che ha cantato le contraddizione della sua Napoli, così come le sue ombre e le sue luci) e sulla scia di altri musicisti quali i 99 Posse e gli Almamegretta – seppur nelle specifiche e fisiologiche differenze espressive – anche gli A67 hanno dimostrato di avere un cuore in fiamme e una voce per esprimerlo all’esterno. 

A67 è un gruppo musicale formato da Enzo Cangiano, Gianluca Ciccarelli e Daniele Sanzone. La loro musica è ancestrale come un grido. E la voce di Daniele sa usare toni e parole forti: ora di denuncia, ora di malinconia, ora di rabbia. Ma pur sempre di amore. 

Ed è proprio con lui, con Daniele Sanzone, cantante, paroliere e leader degli A67, che in questo articolo vogliamo dialogare, parlando della sua arte e di quanto le canzoni possano effettivamente diventare impegno sociale.

Buona lettura.


Daniele, quando ti sei reso conto che con la musica avresti potuto veicolare messaggi forti, impegnati, tali da stimolare la riflessione? … 

Diciamo che la musica, per me, fin da subito è stata una valvola di sfogo, mi ha aiutato a sopportare la realtà in cui vivevo. Provengo da un quartiere difficile e avevo bisogno di qualcosa che mi portasse oltre quella realtà e mi aiutasse a sognare, a raccontarmi e a raccontare. Il mio primo amore è stato Pino Daniele. Poi sono arrivati i 99 Posse, gli Almamegretta, ma anche gruppi internazionali quali i Queen e altri. E da allora ho capito che non era poi così difficile raccontare il proprio mondo, bastava andare a tempo su un “beat”. Alla fine il Rap è questo, raccontare storie andando a tempo, non c’è bisogno di imparare per forza a suonare uno strumento.  

Quindi possiamo dire che la tua musica è un’espressione spontanea e, per certi versi, simile al blues nella sua tipologia di origine? … 

Non lo so. Forse la similitudine con il blues risiede nel sentimento. Ho sempre detto che gli A67 sono nati come la risposta naturale ad una condizione sociale difficile. Non potevano non nascere. Nel senso che per me è stato un atto dovuto, è stato vitale iniziare a scrivere. In questo senso sono nate prima le parole, poi è arrivato il ritmo e poi queste urla, questi gridi, e quindi sono nate le canzoni. 

Una domanda sul nome del tuo gruppo. Si comprende che il numero incluso, il “67”, faccia riferimento a Scampia, il quartiere della “167” molto famoso sia per il fenomeno del degrado sociale che per tanti esempi virtuosi nati proprio dalla voglia di riscatto. Ma la “A”, cosa indica? … 

Beh, come è noto il numero “167” si riferisce ad una legge del 1962 per la riqualificazione urbana delle periferie degradate. Da bambino, in pratica, troncavamo il numero dicendo “la 67”, che in napoletano diventa “a’ 67”. Da qui la voglia di chiamarci proprio usando questa espressione partenopea: “A67″. È stata una scelta dettata dal desiderio di radicarci proprio al territorio da cui proveniamo. 

Vi considerate un po’ gli “eredi” dei 99 Posse e degli Almamegretta? Cosa vi differenzia da loro? … 

Eredi non credo, non lo so. Sicuramente sono stati due gruppi importanti per la nostra crescita. Ciò che ci distingue da loro è il sound. Ma soprattutto le tematiche: i 99 Posse sono sempre stati ideologici, noi no. La nostra “politica” è una politica di militanza, di racconto. Lo stesso Roberto Saviano, comparando noi ai 99 Posse, parlava di un nostro impegno sociale differente, di militanza, agito al fronte, evidenziando il nostro saper raccontare quanto la città stessa, o alcune parti di essa, finge di negare: le dinamiche sociali delle periferie e la camorra. E in questo, sì, siamo politici ma politici in senso stretto, come la Polis Greca. Noi raccontiamo quello che gli altri non raccontano. E poi, musicalmente, nel tempo, abbiamo voluto distinguerci da queste influenze importanti, i 99 Posse e gli Almamegretta, virando verso sonorità più rock, pur conservando sfumature rap. Se pensi, ad esempio, al nostro brano “A’ Camorra song’ io” è molto più vicina alle sonorità del New Metal degli anni novanta, che non al rap dei 99 Posse. Però si sente anche l’influenza di quel mondo. Insomma abbiamo trovato la nostra strada raccontando storie completamente diverse da quelle dei centri sociali.

Mi stimoli una domanda: quali sono, allora, le tematiche e le storie che raccontate nelle vostre canzoni? …

Sono le storie degli ultimi. Delle persone schiacciate dall’assenza di lavoro e dalla presenza del “Sistema”, intendo “O’ Sistem”, cioè la Camorra. Quindi le storie di chi ogni giorno combatte per cercare di avere una vita “normale”. E poi negli anni le tematiche si sono diversificate, nell’ultimo disco, per esempio, si parla di amore, di politica, del concetto del “male minore”, dell’amore per Napoli che ci porta a denunciare i suoi mali. Fondamentalmente, però, dal primo all’ultimo nostro disco, lo sguardo è rimasto lo stesso, desideroso di indagare le contraddizioni del mondo in cui viviamo. 

Come sai, ti ho seguito durante alcuni tour dello spettacolo “Fuori Mano“, a cui hai preso parte insieme a Jennà Romano dei Letti Sfatti e a Peppe Lanzetta, artisti che toccano spesso questioni sociali. Cosa ti ha lasciato questa esperienza e, in futuro, immagini nuove collaborazioni con altri artisti? … 

Non è un caso che ci siamo incontrati con Jennà Romano e con Peppe Lanzetta. In particolare, con Peppe, condivido una geografia dell’anima, proveniamo dallo stesso territorio, e lui è stato il primo a raccontare “gomorra”, prima ancora che fosse chiamata Gomorra. Con Jennà, invece, sento di avere in comune una grande sensibilità. Mi hanno dato tanto entrambi in termini di approccio e di sguardo sulla realtà. Da sempre condivido percorsi artistici con chi tratta altri generi, altri mondi, parlo di attori, musicisti, registi, scrittori. È sempre bello incontrarsi e scambiarsi l’anima. 

Bene. Quali sono adesso i tuoi progetti futuri, a cosa stai lavorando e cosa possiamo aspettarci nell’immediato domani dagli A67 e da Daniele Sanzone? … 

Con gli A67 abbiamo in programma nuovi singoli che pubblicheremo appena avremo modo di registrarli, questa pandemia ha bloccato tutto. Per quanto riguarda me, ho scritto due romanzi, i mie primi due romanzi, e spero di poterli pubblicare quanto prima. Ci sto lavorando. 

E cosa racconti in questi due romanzi? … 

Il primo romanzo è una storia autobiografica e narra della profonda amicizia che ho avuto con un mio coetaneo, dai tempi in cui abitavamo in via Stadera a quelli in cui poi ci siamo trasferiti con le famiglie a Scampia, in seguito al terremoto. Fino a quando, infine, siamo diventati adulti, imboccando strade completamente diverse. L’altro romanzo, invece, è una storia inventata che narra di un ragazzo nato nei quartieri difficili e che poi decide, dopo vari lutti e vicissitudini, di trasferirsi altrove. 

Daniele, prima di ringraziarti, voglio farti un’ultima domanda: l’arte può aiutare in questo momento difficile di semi chiusura? Cosa ti senti di dire in merito ai lettori e alla gente? … 

Parlo innanzitutto per me: l’arte è qualcosa che mi salva ogni giorno. E mi riferisco a quella che creo e a quella creta da altri e di cui usufruisco. Quando creo sto bene, mi sento vivo. E mi sento altrettanto bene quando ascolto musica, leggo o guardo un film. Quello che posso dire ai lettori e a tutti è di dedicarsi, in questo momento di forzata chiusura, alle cose che piacciono e appassionano davvero, qualunque esse siano. 

Va bene, siamo alla conclusione. Daniele, ti ringrazio e ti auguro una buona serata.

Grazie a te. 

(di Andrea Auletta) 

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