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John Lennon, 40 anni di mancanza – dialogo con Michelangelo Iossa

John Lennon è morto. Quando l’otto dicembre del 1980 i media di tutto il mondo hanno diffuso la notizia inattesa, in quel preciso istante, si è stabilita una nuova “Pasqua”. Lennon per tanti non era solo il talentuoso autore di canzoni rimaste nella storia della musica e che è anche superfluo citare. E neppure possiamo semplificare etichettandolo come un “pacifista” impegnato contro la guerra nel Vietnam, o un perseguitato politico in America perché sgradito al governo di Richard Nixon.

L’ex beatle è stato un simbolo per intere generazioni. Venerato, idolatrato, amato, forse più degli altri tre Beatles (McCartney, Harrison, Star).

L’ho conosciuto in un mangianastri di mio padre con dentro canzoni di vari altri musicisti. Mosso dalla curiosità di ascoltarlo mi imbatto in “Imagine”. Avevo circa 14 anni e non la conoscevo. La prima sensazione è stata quella di ascoltare qualcosa di profondamente diverso rispetto a tutto ciò che conoscevo in musica.  E quindi chiesi a mio padre: «Chi è che canta?» Mi disse solo: «È John Lennon». Da quel momento, facendo un percorso a ritroso, come un salmone, ho scoperto l’intero mondo beatlesiano. A 16 anni, ai tempi del Liceo Artistico, strimpellavo malissimo la chitarra, portavo i capelli lunghi fino alle spalle, indossavo gli occhialini tondi della nonna (senza gradazioni, avevo ancora la vista sana), e mi ero disegnato sulla cartellina dove custodivo i disegni il famoso autoritratto caricaturale e iconico di John. E in classe, ovviamente, il mio soprannome era proprio: John Lennon. Tutti mi chiamavano così, qualche vecchio compagno ogni tanto me lo ricorda ancora oggi. Insomma, a ripensarci, un po’ mi viene da ridere.

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Autoritratto di John Lennon

Ma dicevo, Lennon è morto. Bisogna ripeterlo più volte per convincersene. La percezione che sia ancora in vita attraverso la sua musica è reale proprio quanto la sua stessa morte avvenuta per mano di uno squilibrato psicopatico.

Ma con Michelangelo Iossa, studioso dei Beatles ormai noto su questo blog (e che ha la grande pazienza di sopportarmi), così come abbiamo già fatto per il “beatle quieto”, George Harrison (trovate qui l’articolo), vogliamo conoscere qualcosa in più riguardo alla personalità molto complessa di Lennon. Buona lettura.


Michelangelo, oggi, 8 dicembre 2020, ricorrono 40 anni dalla morte di Lennon. Tu che hai scritto un bellissimo libro dal titolo “Gli ultimi giorni di Lennon”, puoi raccontarci come ha vissuto quel suo ultimo giorno? …

Quell’otto dicembre, John, lo vive in due momenti differenti. Nella prima parte della giornata fa il papà restando a casa con Sean, al Dakota Building; e poi come musicista presso lo studio di registrazione. Durante la mattinata registra un’intervista e poi pranza. Nel primo pomeriggio si reca agli studi di registrazione che distano da casa sua una ventina di minuti e che lui percorre in Limousine assieme a Yoko Ono. Allo studio di registrazione lavora al brano “Walking on Thin Ice”. Ad un certo punto, durante la serata, nello studio, John chiama a se Yoko, la porta in una stanzetta dello studio e, a detta di Yoko, le dice le parole più dolci e belle che un uomo possa dire alla sua donna, regalandole anche dei fiori. Lei le ha dato della cioccolata sapendo che a John piaceva molto. Era una coppia che si avviava al loro quindicesimo anno, avevano un legame molto profondo, erano complici, amanti, amici, tutto. Poi riprende a lavorare sul brano fino alla sera. Poco dopo le dieci risalgono in auto, nella Limousine che li attendeva giù con l’autista, e ritornano verso casa. Ma al Dakota Building c’è David Chapman. Quando Lennon scende dall’auto per entrare nell’atrio del condominio, Chapman lo chiama dicendo “Mister Lennon”. E poi gli spara cinque colpi di pistola. E con questo assurdo gesto si chiude il sogno di un’intera generazione di fan.

Già. Ma lo psicopatico, Chapman, se non sbaglio era un suo vecchio fan…

Sì, la cosa incredibile è che fra la mattina e il pomeriggio, John Lennon scende da casa e trova come al solito un gruppo di fan ad aspettarlo per chiedergli l’autografo. Fra questi c’era David Chapman che vorrebbe addirittura sparargli mentre gli fa l’autografo ma non gli viene il coraggio di farlo. E quindi si avvicina muto dandogli la copia dell’album “Double Fantasy” da farsi autografare. Dopo aver firmato Lennon gli restituisce la copia e poi lo guarda chiedendogli “Tutto qui?”, come a dire, “Posso fare altro per te?” E Chapman annuisce senza dire una parola. E Paul Goresh, un fotografo e amico tutto fare di Lennon, lo guarda stranito. Restano entrambi insospettiti dall’atteggiamento insolito di questo fan perché di solito i fan si avvicinavano a John in maniera completamente diversa, facendogli complimenti, mostravano entusiasmo e altro.

Ma Paul Goresh, quindi, è colui che ha poi scattato l’ultima foto di Lennon?

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Ultima foto di Lennon che firma l’autografo allo psicopatico Chapman

Sì. È la foto che ritrae Lennon mentre firma l’autografo al suo assassino. E quella foto farà il giro del mondo dopo la morte di John. Pensa che nel 1980, quindi 40 anni fa, quella foto ha fruttato al suo autore ben 100 mila dollari in sole 24 ore per la vendita dei diritti d’autore alle grandi testate giornalistiche. Si tratta di un record assoluto.

Su John Lennon sono stati scritti decine e decine di libri e migliaia di articoli. Esiste anche una vasta documentazione video, dunque, la sua vicenda umana di artista è ampiamente conosciuta. Ma voglio approfittare della tua presenza (lasciami passare l’espressione) per parlare di lui come uomo. In base alle tue ricerche, ai tuoi studi e alle tue interviste fatte a chi è stato parte della vita di Lennon – fra i tanti altri proprio suo figlio Sean Lennon – che idea ti sei fatta di John come persona? …

La domanda che mi fai richiederebbe una risposta molto complicata. Però posso dire una cosa: John Lennon era un uomo che ha messo al centro della sua esperienza, artistica e personale, tutto se stesso, senza nascondere niente. Lo diceva anche nelle sue canzoni “datemi la verità, non voglio altro”. E l’insieme delle sue contraddizioni è il lascito più importante che ci ha dato. Perché Lennon era pieno di contraddizioni, una persona difficile da inquadrare. Tanto è vero che nel musical di Don Scardina del 2005, dedicato a lui, la sua figura viene interpretata da 12 attori diversi. Anche da donne. Perché Lennon era anche donna, lasciami passare il paradosso. Lennon sapeva di essere profondamente imperfetto, sapeva delle sue ferite interiori, del dolore dovuto alla separazione fra il padre e la madre, di quello dovuto alla morte della madre investita da un poliziotto ubriaco, proprio nel momento in cui da ragazzino si era rimesso in connessione con lei. E in seguito sviluppò anche un profondo risentimento verso le uniformi, il sistema delle forze dell’ordine, poiché durante il processo per la morte della madre le autorità protessero il poliziotto, falsando i risultati e le indagini. Aveva un carattere molto ribelle fin da giovane, ma nell’ultima fase della sua vita, maturando, dal 1975 in poi, all’età di 35 anni, era diventato molto più tenero. Decise di fare il “mammo”. Di fare il pane in casa, di accudire il figlio Sean. Complessivamente aveva sempre vissuto schermandosi, aggredendo prima di essere aggredito, e quindi per certi versi risultava molto cinico. Difatti gli fu cucita addosso proprio l’etichetta del cinico. Ma lui, ad un certo punto, intelligentemente, cavalca anche quell’onda, giocando poi la parte del cinico e del tagliente. Quello che posso dire in sintesi è che Lennon era una persona altamente imperfetta, un uomo reale, autentico e per nulla costruito. Tanto è vero che è lui a porre fine all’esperienza dei Beatles nel momento in cui gli sembrò essere diventata un teatrino poco autentico. E lì viene fuori la vera anima di John: colui che il gruppo lo ha fondato e che lo ha dimesso nel momento in cui si accorge di non avere più nulla da dire come gruppo. E dunque è un uomo controverso, molto intelligente, un enorme comunicatore, il migliore comunicatore della storia del rock, su questo nessuno ha dubbi. È riuscito a trasformare gli slogan in canzoni, veicolando messaggi di pace più di ogni altro musicista. 

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Sean Lennon e Michelangelo Iossa – Catania, anno 2007

So che hai incontrato per ben due volte il secondo genito di John, Sean Lennon, nato appunto dal matrimonio fra John e Yoko Ono

Sean Lennon l’ho incontrato la prima volta nel 2007 a Catania in occasione dell’Etna Fest, dove lui era ospite per un concerto insieme a Yuka Honda, nota musicista giapponese, e che all’epoca era la sua compagna. Quel giorno l’ho incontrato prima dello spettacolo serale. Quando ci ha raggiunti, vedendosi circondato da persone più grandi di lui, si è messo a chiacchierare tutto il tempo con me poiché siamo coetanei. Abbiamo passato molto tempo insieme in giro per la città ma sarebbe lungo da raccontare adesso.

Sì, mi rendo conto. Magari possiamo parlarne nello specifico in un altro momento…

Certo, volentieri. Comunque, come ti dicevo, l’ho poi incontrato di nuovo nel 2009 a Venezia, dove sono andato per intervistare Yoko Ono che veniva premiata con il Leone D’Oro alla carriera come artista figurativa e concettuale. Tempo dopo, invece, l’ho intervistato telefonicamente, dovevo recensire un suo disco, una colonna sonora che aveva scritto, e si è ricordato perfettamente di me, disse: «Tu sei Michelangelo, il mio amico italiano che ha le belle cravatte».

I Beatles in diverse interviste hanno ammesso di aver fatto uso di droghe. Spronati da Bob Dylan hanno cominciato con la marijuana. Successivamente, come tanti altri musicisti rock, hanno sperimentato l’LSD. Albert Goldman, nel suo famoso e scandalistico libro intitolato “John Lennon”, descrive sia John che Yoko come persone dedite all’uso di cocaina e di eroina. Quanto c’è di vero in questo? …

Il rapporto fra le droghe e i Beatles arriva da lontano, da quando nel 1960 suonavano nei locali di Amburgo e non erano ancora famosi. All’epoca soggiornavano per diversi mesi ad Amburgo. Quei locali erano frequentati prevalentemente da marinai, da persone di mal affare, da prostitute e da nottambuli. E sono arrivati a suonare anche per otto ore di fila, cominciavano alle 20.00 di sera e spesso finivano alle 4.00 di notte. Ritmi allucinanti, considerato poi che dormivano in un cinema, cioè, nel retro del telo di proiezione del cinema quindi, quelle poche ore si addormentavano con il casino del film proiettato in sala. E siccome dovevano restare svegli molte ore a notte, succede che le inservienti del locale di Amburgo gli suggeriscono di prendere i “Cuori Viola”, che erano le Preludin, cioè le anfetamine, che servivano a mantenerli svegli. Loro, scherzosamente, le chiamavano “le caramelline”. Dunque immagina, si tenevano in piedi grazie a quel miscuglio infernale di birra, alcol, adrenalina e, soprattutto Preludin.

Quindi Bob Dylan e la marijuana vengono dopo? …

Sì, nel 1964, quando erano già i Beatles famosi nel mondo. Accadde dopo il loro famoso concerto al Sullivan Show che è stata la trasmissione musicale americana più seguita della storia con oltre 74 milioni di spettatori. Finiscono la diretta al Sullivan e ritornano al loro Hotel a New York. E lì c’è Bob Dylan che li vuole incontrare per conoscerli. Fra i Beatles e Dylan c’è sempre stata una stima reciproca. Bob Dylan li riteneva estremamente talentuosi e si sorprendeva delle loro canzoni così immediate da sembrare semplicissime pur non essendolo affatto. D’altra parte, i Beatles, adoravano la poetica di Dylan e così si incontrano al Del Monico Hotel. E accade un equivoco su una frase della canzone “I Want to Hold Your Hand”, scambiata da Dylan come “Vado su di giri”, che era un’espressione tipica dei musicisti che facevano uso di marijuana. I Beatles gli fanno notare l’equivoco dicendogli che la frase in realtà diceva: “è un sentimento” e non “vado su di giri”. Ma a quel punto si incuriosiscono chiedendo candidamente a Dylan cosa fosse la marijuana. E il cantautore tira fuori una canna facendogliela fumare. Per i Beatles fu una rivelazione.

Sì, però in seguito sono diventati esperti in questo senso, o mi sbaglio? …  

Nel 1966 viene proposto a John e a George di provare l’LSD da un dentista londinese durante un Tè. Tieni presente che l’LSD circolava soprattutto nella Londra bene, fra i professionisti. Quando uscirono dall’abitazione del dentista videro l’ascensore in fiamme, ebbero le allucinazioni. Poi in macchina, nella Mini di George non riuscivano a trovare la strada di casa. Insomma avevano delle visioni psichedeliche. Dove per psichedelia intendiamo l’espansione della mente. Per cui, in seguito, cominciarono a scrivere delle canzoni sotto l’effetto dell’LSD. Per ammissione di Paul McCartney c’è proprio una loro canzone che racconta di questo che è “Got To Get You Into My Life“, cioè, “Fa che io ti faccia entrare nella mia vita”, e il riferimento è proprio all’LSD. I Beatles hanno usato varie droghe insieme nel corso della loro carriera anche se non continuamente. L’unico che ne ha fatto un uso maggiore, usando anche l’eroina, è stato John Lennon. E ne ha fatto uso per curiosità, per esplorazione, per solitudine, per inquietudine interiore, per una serie di motivi che non possiamo nemmeno conoscere bene, fatto sta che ha usato ogni tipo di droga a disposizione in quel periodo, sia lui che la moglie Yoko Ono.

Conoscendo un po’ le inquietudini dell’anima di John a cui hai fatto riferimento, dovute anche alla sua travagliata infanzia cosa possiamo dire? …

È noto che John è stato in terapia con lo psicologo Arthur Janov, il creatore del concetto dell’Urlo Primario, quello che riteneva di liberare la psiche attraverso l’urlo. Da qui sono nate canzoni come “God e Mother”. Negli anni, poi, ha preso parte a programmi di recupero vero e proprio.

Michelangelo, ci sarebbe davvero tanto da dire su Lennon, e un articolo non basta, sicuramente ne riparleremo e intanto ti ringrazio e ti auguro una serena giornata.

Grazie a te e ai lettori. A presto. 

(di Andrea Auletta

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